Critica della Ragion Pura

Indice

Introduzione storica

La Critica della Ragion Pura (Kritik der Reinen Vernunft) è un trattato filosofico uscito alla fine del XVIII secolo in più edizioni di cui le più importanti sono quella del 1781 e del 1787.
L'autore è un filosofo nato vissuto e morto a Konigsberg (nella Prussia di allora) tra il 1724 e il 1804: Immanuel Kant.
Lavorò presso l'università di Konigsberg come professore di filosofia, ma in gioventù fu anche scienziato; i temi principali da lui trattati sono la gnoseologia, l'etica e l'arte.
E' il primo di questi temi che interessa la Critica della Ragion Pura (d'ora in poi sintetizzata in "critica" per brevità), perciò è opportuno chiarire il significato di "Gnoseologia" prima di iniziare.
La parola "Gnoseologia" deriva dal greco gnosis (conoscere) e logos (discorso, parola, studio) quindi letteralmente è un "discorso sulla conoscenza". Questa disciplina, infatti, è un ramo della filosofia che si occupa di scoprire che cosa è conoscibile o no dall'uomo tramite lo studio delle strutture e gli elementi della ragione.


I Problemi


Se dovessimo riassumere in tre parole il problema che Kant si pone nella critica diremmo proprio : "Cosa posso sapere?".
Per capire affondo l'importanza della domanda e perché Kant se la pone, dobbiamo fare riferimento alla contesa tra Razionalismo ed Empirismo durante tutto l'Illuminismo. Queste due correnti filosofiche sono contrapposte in tutto il loro sistema, sin dai principi della loro filosofia: la prima prende per buona la capacità della Razionalità di condurre l'uomo alla Verità, in altre parole il razionalista si FIDA della ragione. L'Empirista, invece, è scettico e preferisce non dare per scontato che la ragione sia infallibile.
In particolare l'opposizione di idee tra le due correnti si fa sentire sul Principio di Causa (o pdc): mentre il razionalismo (il cui massimo esponente fu Gottfried Wilhelm Leibniz 1646 - 1716) lo vedeva come idea innata nella nostra mente, David Hume (1711 - 1776 massimo esponente dell'empirismo) lo riduceva a legge dettata dal ripetersi del congiungimento costante di esperienze contigue nello spazio e nel tempo. Insomma pe Hume il fatto che una palla da biliardo ferma colpita da un'altra in movimento si metta a muovere anch'essa, è solo questione di essersi abituati a vedere sempre accadere così e non diversamente.

Sin dall’introduzione alla critica, Kant prende posizione in merito al dibattito tra le due correnti, ma non si schiera né da una né dall’altra parte, bensì “in mezzo” nel senso che ha un’idea tutta sua ovvero che la conoscenza umana non possa prescindere dall'esperienza, ma che non sia composta solamente di questa (cfr sezione I, introduzione, critica).
Kant insomma propone una terza opzione che è la sintesi delle due precedenti e che si sforzerà di argomentare e spiegare per buona parte della critica.

Ora ci addentriamo a fondo nella questione, ma voglio prima ricordare che qui si vuole solo sintetizzare il pensiero espresso in uno dei più complessi libri di filosofia. Perciò se notate alcune lacune, prima di buttare all’aria l’intero ragionamento sarebbe bene andarsi a leggere la Critica tale e quale dove potrebbe esservi risposta ai vostri dubbi.

Partiamo dalle considerazioni che Kant fa circa i due sistemi a lui antecedenti: il ragionamento empiristico si basa su giudizio sintetico, mentre quello razionalistico si basa sul giudizio analitico.


GIUDIZIO SINTETICO = predicare qualcosa (A) di qualcos’altro (B) quando A non è implicato in B. Cioè tramite questo tipo di giudizio si aggiunge ad un concetto un concetto ad esso estraneo. Ad esempio: “La tastiera è nera”. Non è implicato nel concetto di tastiera l’essere nera, infatti io potrei avere una tastiera blu, una rossa ecc. Si dice che ho sintetizzato il concetto di nero con quello di tastiera.


GIUDIZIO ANALITICO = predicare qualcosa (A) di qualcos’altro (B) quando A è implicato in B. "Ana – lisi" deriva dal greco e vuol dire “dividere/separare”; un giudizio di questo tipo è usato per spiegare un concetto. Esempio: “La tastiera ha i tasti”. E’ implicito nel concetto di tastiera avere i tasti (altrimenti non la chiamerei tastiera).

Kant adotta questo tipo di distinzione (che non è niente di nuovo in campo logico) e specifica che mentre il g. sintetico aggiunge/estende una conoscenza (appunto per la sintesi di diversi concetti), il g. analitico non aggiunge nessuna conoscenza poiché non “esce” dal concetto, lo spiega soltanto (lo analizza). D’altro canto il giudizio sintetico è legato al particolare quindi all’esperienza e con ciò non esprime niente di necessario né di universale. Il giudizio analitico, invece, esprime qualcosa di universale e necessario (se non lo fosse il concetto che si sta ana-lizzando verrebbe meno).
Per le differenze dei giudizi cfr sezione IV, introduzione, critica.


I Fondamenti del giudizio sintetico a priori


Ci accingiamo ad una svolta cruciale nei problemi che Kant si pone per la stesura di questo saggio.
Egli nota qualcosa (di cui terrà conto come “dato di fatto”) nella matematica e nella fisica pure a cui darà il nome di Giudizi Sintetici a Priori e che hanno caratteristiche in comune sia con i g. sintetici (estendono la conoscenza) che con quelli analitici (sono necessari ed universali). Svolgere qualunque operazione matematica (ecco perché vi rientra anche la fisica pura) è per Kant sintetizzare a priori diversi concetti.
Nella sezione V dell’introduzione alla critica, è riportato un esempio: 7 + 5 = 12. Questa banale operazione matematica è semplicemente un insieme di concetti che noi sintetizziamo nel momento in cui svolgiamo l’operazione. Nella fattispecie ci troviamo davanti al concetto di 5, al concetto di 7 e a quello di somma. Sintetizzando questi “dati” ricaviamo il concetto risultante, ovvero il 12.
Nel 12 non è implicato nessun concetto di somma e neppure di 5 né di 7, poiché se così fosse il numero 12 racchiuderebbe in sé concetti tra loro contraddittori e questo non è possibile. Il 12 è la sintesi di quei concetti (dire sintesi e dire insieme non è la stessa cosa). Ragion per cui l’operazione matematica non è un giudizio analitico. Si osservi inoltre come questi giudizi siano a priori: l’operazione proposta da Kant è così elementare che potrebbe darsi che il lettore abbia avuto esperienza di quantità pari a quelle prese in considerazione nell’operazione in questione e perciò supporre di riuscire a svolgere la somma solo grazie alla sua esperienza. In realtà sfido chiunque a dire di aver avuto esperienza di quantità pari a 1 miliardo di miliardi (se non appunto nella matematica pura) e dunque lo esorto ad ammettere che riuscirebbe a sommare 2 a quell’ 1 miliardo di miliardi pur non avendone mai esperito nessuna quantità equivalente. Poi, dato che i numeri sono infiniti, ci sarà sempre un numero di cui non abbiamo mai avuto esperienza, e si riuscirà sempre aggiungere un 2 a quel numero. Per questo diciamo che la matematica pura è a priori.
E’ chiaro che si potrebbero fare tantissimi altri esempi che chiamano in causa anche funzioni tra le più complesse o altri strumenti matematici. In ogni caso vale la regola generale che "ovunque ci siano 2 o più numeri e una regola matematica che li lega, vi è giudizio sintetico a priori".
Nella matematica pura Kant considera anche la geometria pura, perciò tutto quello che ha a che fare con figure, quantità, leggi che legano/regolano ecc ecc. Va da sé che quello che abbiamo detto finora valga quindi anche per la geometria pura.
Kant si trova ora di fronte ad una domanda molto importante, alla cui risposta dedicherà buona parte della critica: Come sono possibili giudizi sintetici a priori?, cioè "Cosa deriva necessariamente dall’ammissione della loro esistenza?".
Chiedo al lettore di prestare l’importanza dovuta a questa domanda perché con la sua risposta Kant ha tentato di spiegare quali sono i passaggi mentali, le modalità e gli strumenti che usiamo nella matematica, nella fisica, nella geometria e quindi, oserei dire, in tutte le altre scienze. Potremmo quasi definire chi si occupa di questo problema uno “psicologo dello scienziato” proprio perché cerca di capire come si muove la mente dello scienziato. Sicuramente importante per stabilire qualcosa circa la validità di una scienza o di un sapere scientifico.
Ci avviamo alla conclusione di questa brevissima introduzione alla Critica della Ragion Pura. Dopo aver chiarito i problemi proposti vorrei ora riportare, sintetizzandolo, il nucleo delle risposte che il filosofo si dà nel testo.
La considerazione di partenza è questa: perché vi sia una sintesi di qualcosa (ad esempio concetti) vi deve NECESSARIAMENTE essere prima un’Unità. Sarebbe impossibile per me contare una quantità qualsiasi senza che in me vi sia un’unità che sintetizzi il molteplice di oggetti e che crei la quantità. Ad esempio quando dico “Ho davanti a me tre libri” io ho sintetizzato un molteplice, ovvero ho messo l’uno accanto all’altro (nella mia mente) i 3 libri e ho concluso che fossero 3. Se non vi fosse quest’unità, io non potrei fare dell’insieme dei libri una quantità unitaria. E’ come raccogliere diverse briciole di pane: potrei mai radunarle tutte se non le prendessi tutte con una mano soltanto? Evidentemente no.
A questa Unità necessaria Kant dà il nome di  UNITA’ SINTETICA a PRIORI; “sintetica” perché sintetizza il molteplice, “a priori” perché è alla base della sintesi che opera sul molteplice, ovvero viene prima, e in ultima analisi ne è la condizione. E’ proprio su questa caratteristica della coscienza, cioè su quella di essere condizione di sintesi, che il filosofo si sofferma più volte; infatti essa rappresenta la chiave del superamento delle posizioni empiristiche di Hume (e non solo): Kant ha trovato qualcosa in noi che è condizione di ogni esperienza, che viene prima, che ne garantisce la possibilità.
Non è sufficiente vedere la coscienza solo come qualcosa che unifica "passivamente" una serie di informazioni, quello potrebbe farlo anche un computer. La coscienza è tale solo se faccio qualcosa e so di farlo contemporaneamente. Infatti, le diverse rappresentazioni che l'unità sintetica unifica, per essere riconosciute come diverse devono essere appunto riconosciute. Per riconoscerle l'unità deve conoscerle e quindi sapere di averle. Solo sapendo di ricevere queste rappresentazioni la coscienza può unificarle e regolarle in modo tale da ottenere una conoscenza (e l' esperienza).
Non contento, Kant aggiunge che la coscienza è "Io Penso" (intendendo con pensiero la facoltà di collegare/connettere) appunto perché collega a me le rappresentazioni e le rende mie. In altre parole io posso dire di una rappresentazione che è MIA solo se:

1. collego a me quella rappresentazione (Io penso)

2. so di farlo (coscienza)

Ecco anche il perchè diciamo che l'"Io penso" è la prima rappresentazione che abbiamo: perché sappiamo di collegare, e quindi di pensare. 
D’altra parte non si può dire che, rifiutando l’empirismo humeano, Kant si dia al razionalismo leibniziano. Ce lo comunica subito, a scanso di equivoci, sin dalla prima frase della sua introduzione alla critica:

"Non c’è dubbio che ogni nostra conoscenza incominci con l’esperienza" .

Fenomeno e Noumeno 


Come spiega anche più avanti nello stesso paragrafo lui crede che la conoscenza parta con l’esperienza, ma che non si risolva in essa. L’esperienza è solo la scintilla che mette in moto dentro di noi una serie di meccanismi mentali che ci conducono a quella che chiamiamo conoscenza. Tali meccanismi (spiegati nel saggio per filo e per segno, ma su cui ora non mi dilungo) sono i "modi" come l’unità a priori unifica il materiale esperito (i dati sensibili). Tutta qui è la sintesi che Kant opera nei confronti di empirismo e razionalismo, tutto qui il punto di partenza della critica della ragion pura.
Il fatto che noi abbiamo una serie di filtri (o processi mentali, imbuti, chiamateli come volete) frapposti tra l’esperienza di un oggetto e la sua conoscenza, ci fa venire un fortissimo dubbio, che possiamo considerare come una sfumatura di quello più radicale di Berkeley: come facciamo a sapere che queste nostre strutture interne non modifichino la vera essenza dell’oggetto? Come faccio a sapere che il modo con cui io conosco una cosa non sia in realtà solo il frutto di un adeguamento che la mia mente si è creata partendo dal vero oggetto? Come faccio a sapere che la penna vera e propria non sia diversa dalla penna con lunghezza X e larghezza e spessore Y e Z, di colore nero e di tale consistenza che io vedo? Come faccio a sapere che la lunghezza, il colore e tutte le altre caratteristiche non siano il frutto di come la mia mente ha recepito l’oggetto vero?
Kant non supererà mai questo problema: manterrà la distinzione intatta per tutta la sua filosofia dando il nome di FENOMENO all’oggetto come mi appare, l'oggetto per me  e di NOUMENO all’oggetto in sé . Il primo è preso come apparire, il secondo è a noi inconoscibile, insondabile in tutto e per tutto.
Con ciò il filosofo tedesco non vuol certo dire che non si possa sapere nulla di nulla: la matematica pura rimane un sapere incontrovertibile, ma verranno messe in discussione l’idea di Dio, quella dell’immortalità dell’anima e quella di libertà (fra le più importanti) che diventeranno poi gli assunti fondanti della Critica della Ragion pratica, l’opera successiva di Immanuel Kant.



Bibliografia

Critica della Ragion Pura - Immanuel Kant, seconda edizione 1787